C’era una volta

DOSSIER SUL POST-TEISMO

8 Luglio 2021 / Editore / Dicono la loro / 0 Comment

Un “prima” e un “dopo” di Dio, della fede, della religione. La discussione sul post-teismo in un dossier di testi scambiati recentemente in modo estemporaneo tra interlocutori cristiani raccolto da Enrico Peyretti (2- 5 luglio 2021)

1 – Oltre Dio, scheda di Beppe Pavan

(da fogliocdbpinerolo@gmail.com , nel numero di luglio-agosto 2021  ;    www.cdbpinerolo.it )

Non è un’affermazione blasfema, per molti motivi. Comincio dal fatto che si tratta del titolo del 4° volume, pubblicato da Gabrielli, della serie “Oltre le religioni”, che dal seminario nazionale di Rimini 2017 tiene desta l’attenzione mia e di molti e molte nelle Cdb, e non solo. Il secondo motivo, infatti, è legato alle cose dette, durante la presentazione sul canale Youtube dell’editore il 15 giugno scorso, da Claudia Fanti e Paolo Scquizzato: una donna e un uomo che a questi temi stanno dedicando attenzione appassionata. Il terzo motivo ce lo offre Paolo Scquizzato, che è prete… e questo, scusate se lo dico, non è una cosa da poco. Certo, può essere sorprendente, soprattutto se pensiamo ancora che a parlare di Dio siano titolati i preti e chi si occupa professionalmente di teologia. Ma questa – le cose che ho sentito quella sera, intendo – è davvero una notizia importante: che lui e l’altro “don” Paolo, che moderava il confronto tra i due, stiano camminando sui sentieri del post-teismo con convinzione. E con noi. Mentre scrivo queste brevi considerazioni non ho ancora letto il libro… ma mi prendo la libertà – e la responsabilità – di trascrivere alcuni dei pensieri che si sono fissati in me dalle loro parole. 1. “Non c’è più bisogno di un Dio personale e creatore… il post-teismo ci aiuta a superare le grandi narrazioni mitiche, e il dualismo, cominciando da naturale/soprannaturale…”. Il Dio “personale” è quello a cui la dottrina patriarcale attribuisce tutte le qualità positive della “persona umana” elevate al massimo grado, impossibile per l’umano: onnipotente, onnisciente, infinito, eterno, perfetto, ottimo, ecc… 2. “Non c’è più nessun Dio lassù”, responsabile di ogni foglia che si muove e, soprattutto, del bene e del male. Il male è intrinseco alla realtà, alla nostra esistenza finita e fragile: “potremmo smettere di chiamarlo ‘male’…”, superando così anche il dualismo bene/male di cui addossiamo sempre la responsabilità a “qualcuno” di esterno a noi: al demonio e, in ultima analisi, a Dio stesso. 3. Parlando della morte, vista come il male estremo nella vita individuale, Claudia Fanti ha suggerito di “abbracciare in modo nuovo la vita”, aiutandoci con le scoperte della fisica quantistica, secondo cui “l’energia che ci fa vivere non si distrugge con la nostra morte, ma passa dal cervello individuale che muore al cosmo”. Di questa “energia divina”, hanno ricordato i due preti, parla anche papa Francesco al n. 80 della Laudato si’… “Dio è dentro la realtà”. 4. La preghiera, infine: “Quelle domande alla divinità non hanno più senso, perchè io sono già nel tutto”; è questione, quindi, “di coscienza, di fare esperienza di bene”; in modo attivo, non passivo: praticare il bene, vivere l’amore. Così pure, ha continuato Scquizzato “non chiederò più la salvezza, perchè sono già salvo… sono divino”, posso dire con Gesù: “io sono una cosa sola con il Padre”. “Non è colpa di nessuno” ciò che succede… piuttosto “il nostro compito è la cura”. E qui Claudia ha agganciato l’empatia, ricordando che anche alla luce della scienza noi siamo “interconnessi” con tutto ciò che ci circonda. Concludo ripetendo che questi sono solo i miei appunti da quel dialogo. Adesso leggerò il libro, che sono sicuro verrà letto da molti e molte, anche nella mia comunità. E potremo così approfondire temi che ci appassionano: ateismo – panteismo – dualismo – interconnessione… oltre tutti i muri e gli steccati eretti dalle tradizioni religiose, troppo spesso servite come foglie di fico della volontà di dominio di “chi la sa più lunga”. A proposito di dualismo… ce n’è uno che mi piacerebbe veder universalmente superato: quello tra “don” (contrazione di dominus, padrone e signore) e il suo femminile “donna” (contrazione di domina). Mi sembra che siamo sulla buona strada: il pensiero che successori/e dei discepoli e delle discepole di Gesù siamo tutti e tutte ci aiuterà ad andare “oltre le gerarchie, le caste sacerdotali, i preti”… Anche alla luce delle gravissime decisioni che stanno prendendo in questi giorni (le pressioni del Vaticano sul Parlamento italiano per pretestuose modifiche al ddl Zan, l’introduzione nel Codice di diritto canonico della scomunica automatica contro i vescovi che ordinassero al sacerdozio delle donne e contro le donne stesse) questi gerarchi cattolici mi appaiono sempre più degli “usurpatori”: si sono appropriati di un potere che li accomuna ai “capi delle nazioni” e da cui Gesù aveva messo in guardia il suo gruppo raccomandando loro che “Tra voi non sia così!”. Invece… Il giovedì santo celebrano l’istituzione “divina” del loro autoistituito sacramento dell’ordine sacro, mimando il lavaggio dei piedi ben puliti di qualche persona… poi, nel resto dell’anno, lanciano scomuniche, discriminano, abusano, intrallazzano con i soldi, evadono tasse… Non tutti, per carità! Fanno anche tantissime cose buone! Sono contento di essere amico e voler bene a tanti preti e anche a qualche vescovo! Ma è l’istituzione, la gerarchia, il loro ordine simbolico, totalmente e ineluttabilmente patriarcale, che li induce in tentazione, che li mette nella condizione di perpetrare quelle ingiustizie. Sono contraddizioni così palesi e così denunciate nei secoli che non riesco più a credere alla loro buona fede. Capisco la crisi esistenziale di tanti di loro, ascolto e condivido le parole con cui denunciano le ingiustizie dell’istituzione in cui si sono immersi per scelta e per fare del bene… Di un’altra immersione hanno bisogno: in una piscina di Bethesda rigeneratrice, da cui riemergano purificati e liberi dal potere. Questo servizio, a loro e alle comunità, possiamo e dobbiamo farlo noi, il popolo dei discepoli e delle discepole di Gesù. Oltre le caste e le gerarchie: potrebbe essere il tema di un prossimo volume di questa preziosa ricerca!? Beppe Pavan

2 – Perplessità teologiche sul post-teismo, di Enrico Peyretti

    Ricevo, e ringrazio, il foglio della cdb di Pinerolo. Mi sento amico, anche con amicizie personali, vicino anche se non coincidente in tutto, con le posizioni e con le scelte delle Comunità Di Base, che fanno un servizio-fermento tra i credenti. 

     Anche da diverse altre parti (editore Gabrielli; Adista) si parla oggi di questa riflessione sul post-teismo (“Non c’è più bisogno di un Dio personale e creatore…“), qui denominato “Oltre Dio”, nella scheda di Bappe Pavan, in calce. Sono interessato, ma molto perplesso. Sento il bisogno di confronto paziente, attento, sui tempi lunghi, senza barriere autoritarie.  Dico qualcosa qui in modo rapido e semplice, interlocutorio, nella mia debole fede, che è quella detta in Marco 9,24. 

    Penso che credere non è pensare (opinare) che Dio esiste lassù, chissà dove, ma sentire che un Vivente-più-vivo-di-noi ci ama, è Vita-che-dà-vita. Il nome Dio è terribilmente equivoco. Va bene da Giove a Maradona-dios. E’ ben utilizzabile da chi vuole dominare: Gott mit uns, per dirla in tedesco e non in latino…  

    Invece, avere fede in Dio è sentire che siamo vivificati e amati, che un Bene Vivente precede e accompagna la nostra vita, il nostro bisogno e il bel desiderio di vivere. Amare, essere-per-gli-altri, è il compito vitale successivo, perché anzitutto siamo amati da un Amore Vivente. Il Male che imperversa ogni giorno non è così vivo e così forte, anche se ci spaventa, e ci impegna a resistere e superarlo. 

    Credo giusto superare un concetto metafisico di Dio (il “dio dei filosofi” di Pascal, p. es. nel n. 556 o nel suo “memoriale”: <Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, non dei filosofi, dei dotti… Dio di Gesù Cristo>), un essere diverso e lontano, di potenza e arbitrio, di cui la chiesa-struttura si è fatta forte per imperare sugli spiriti umani. Ma, nello stesso tempo, abbiamo bisogno di accogliere molta luce dalla grande, viva, crescente Tradizione (Gregorio Magno: “La Scrittura cresce con chi la legge”), liberandola dall’immobilismo dottrinal-burocratico.

    La mia perplessità sul post-teismo (ne ho già un po’ parlato con qualche amico) è, modestamente, questa: se perdiamo in Dio il carattere personale, di un Tu vivo, con cui abbiamo relazione di  conoscenza, sim-patia (sentire-soffrire insieme), dia-logo, ascolto ed espressione, perdiamo semplicemente Dio, tutto Dio. C’è un ateismo serio, che dobbiamo stimare. Un atesimo di ritorno, riduttivo, è troppo poco. Se Dio è solo una energia, una forza, io che sono appena “un vapore” (è sempre Pascal…) sono più di lui, perché ho coscienza di persona. 

    Non  so bene cosa pensare del dopo-morte (ne ho 86), ma la mia fede e speranza è che ci resti la coscienza (sentirci essere, sapere che siamo, co-scienza). Se Dio non ci dà questo, se è energia che si spegne con la mia caduta dalla vita, io che sono niente sono più di lui perché so di essere, ho coscienza: questa è la nostra dignità (anche pesante, ma è tutto). Se Dio ha coscienza, se è persona, se è un Tu degno di sguardo e di comunicazione, se è lui che viene e mi sollecita, e non io che ipotizzo lui, allora è Dio, è vita che salva le vite. Gesù di Nazareth che lo ha “spiegato” così. Altrimenti la morte è più forte di lui, come diceva il caro Paolo De Benedetti, affermando la sua fede nella risurrezione anche dei suoi cari amati gatti.   

    Scusate, è solo per quella comunicazione, fragile e necessaria, che ci fa vivi, e amici. Parliamone.

Enrico Peyretti

3 – Intervento di Claudia Fanti

Caro Enrico, sono Claudia Fanti, la co-curatrice di Oltre Dio. Ho ricevuto da Cecilia Gabrielli la mail che hai inviato a diversi indirizzi, compreso quello di Adista. E per prima cosa ti chiedo: è pubblicabile questa mail? Te lo chiedo perché sto preparando un servizio con un insieme di scambi e commenti a proposito del post-teismo, tutti estremamente meritevoli di attenzione.

Quello che scrivi è da prendere assolutamente sul serio, non a caso ti ho citato anche nella presentazione del libro. Credo che tutti e tutte noi che ci stiamo interrogando sul tema sentiamo il bisogno di questo “confronto paziente, attento, sui tempi lunghi, senza barriere autoritarie” di cui giustamente parli. E di questo confronto stai offrendo davvero un bell’esempio, considerando la pacatezza e la benevolenza con cui esponi le tue perplessità. 

Ovviamente non ho risposte. Si tratta di una ricerca appena iniziata, che nessuno sa ancora dove ci condurrà.

Se un punto di consenso è dato dall’esigenza di superare l’immagine tradizione di Dio, cosa precisamente ci sia dopo questo superamento non può essere chiaro a nessuno, e di certo ci sfuggirà per sempre. La fisica quantistica ci insegna che la realtà ci sfugge, che possiamo lavorare solo su modelli di realtà, i quali non sono la realtà. E se ci sfugge la realtà, tanto più lo farà la realtà divina.    

Ti ringrazio delle tue osservazioni e resto in attesa di sapere se siano pubblicabili.

4 – Raniero La Valle

Carissimo Enrico,  hai ragione: se perdiamo in Dio il carattere personale, perdiamo semplicemente Dio, tutto Dio. E perché ancora dirsi cristiani? Un abbraccio,  Raniero

5 – Gilberto Squizzato 

Carissimo Enrico, mi sento fraternamente convocato dalla tua mail ad argomentare la posizione che sostengo nel libro “Oltre Dio” che hai fatto oggetto delle tue riflessioni e anche delle tue appassionate critiche. Voglio anzitutto ricordare che si tratta di un testo non collettivo ma redatto da diversi autori che hanno lavorato su una stessa domanda: dunque ciascuno risponde individualmente delle tesi che espone nel proprio contributo e io perciò solo delle mie pagine devo rendere ragione. In secondo luogo ti confesso che l’obiezione fondamentale che tu muovi a chi invita a superare la dottrina teistica -considerata tradizionalmente come presupposto irrinunciabile della fede cristiana- non solo non mi è nuova ma ha trovato anche in me, per lungo tempo,un fervido sostenitore. Mi sono a lungo misurato con la paura legata alla rinuncia all’immagine del Dio che ci è stata trasmessa da diciassette secoli di dottrina (quelli seguiti alla proclamazione del Credo di Nicea) e alla sensazione di una perdita irrevocabile nel caso avessi compiuto quel passo che d’altra parte mi pareva ormai onestamente irrinunciabile. Finchè, come forse sai, ho scritto “Il dio che non è Dio”, edito proprio dai Gabrielli, in cui ho argomentato fin dal sottotitolo la possibile di “credere rinunciando a ogni immagine del divino”. E qui già appare chiaro che rinunciare a ogni immagine del divino (e a ogni parola su di lui) non significa abrogarlo e cancellarlo dal nostro orizzonte ma solo, umilmente, rinunciare a ogni pretesa di definirlo e convocarlo obbligatoriamente a far parte del nostro dizionario mentale come parole fra le altre parole. Qui ovviamente non voglio in alcun modo condensare l’itinerario del libro: ma mi sembra giusto e amichevolmente fraterno provare a giustificare davanti alla tua perplessità la possibilità di superare proprio dal cuore della fede cristiana ogni disorso teistico. 

Provo a dirlo in breve. Se usi una parola non devi forse darle un contenuto, un significato? Che cosa é dunque per te “il significato” dal segno-parola Dio? A che cosa rimanda questo termine? Tu lo sai? Hai parole per dirlo? Io no. O meglio, in una sola accezione sono disposto a riconoscergli una funzione: quello di esprimere la nostra invocazione. Dunque riconosco a questa parola solo una funzione “fatica”, mai descrittiva, tanto meno dottrinale (cioè di insegnamento). È questa funzione fatica che appare evidente (almeno dopo un’indagine etimologica) nell’inglese “God”, che originariamente non descrive il divino al modo in cui pretendono di definirlo la filosofia cristiana-ellenistica o quella scolastica (Theòs, Deus, Dio), ma semplicemente lo rappresenta come “l’Invocato”. Questa parola God, preziosissima per noi, semplicemente testimonia che sta davanti a noi un “invocante” che con quel termine prova ad aprire un dialogo con un “mistero” di cui non sa nè può dir nulla, di cui sicuramente non è neppure concettualmente e in minima arte padrone. God, “Invocato”, è dunque parola lanciata all’indirizzo dello Sconosciuto. Tu pensi che noi possiamo dare alla parola “dio” altra funzione so non quella di esprimere, per via di metafora, il destinatario della nostra invocazione sentendolo come il non-dicibile, cioé l’Ineffabile

Tu mi obietterai che noi possiamo conoscere “il dio” perchè Gesù -come affermano i Vangeli- ce lo ha rivelato come “il Padre”. Ma non sta proprio qui il paradosso altissimo e sublime della fede cristiana? Quella immagine di Padre usata da Gesù non subisce forse uno scacco innegabile, tragico, definitivo, proprio sulla croce? Abbiamo certo bisogno anche noi come lui di un Tu, ma non è infine sul Calvario, dopo il successo dei miracoli e il trionfo popolare dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme che sembra  preparargli ben altro destino, che quel Tu paterno non gli risponde? Non è forse crudelmente frustrato, sulla croce, proprio il desiderio di Gesù -che è stato certezza per tutta la sua vita fino alle ore atroci del Getsemani- di poter riporre la sua fiducia in quel Dio-Padre che invece non risponde? Il desiderio di Gesù cade nel vuoto? Anch’io, come tutti noi, vorrei poter tirare “giù dal cielo” (de sideribus, dai corpi celesti, da cui “desiderium“) quel Tu e convocarlo alla mia presenza.  Ma che cristiani siamo se vogliamo essere più di Cristo, che sul Golgota non ci è riuscito? Non é più cristiano piuttosto lanciare il nostro grido, come lui, senza pretese che vadano al di là della nostra misura? 

Ancora mi obbietti, e con te Raniero La Valle, che considero uno dei miei decisivi, esemplari e fondamentali maestri: ma se togliamo a Dio il carattere di persona semplicemente annulliamo Dio. Su questo non sono d’accordo con voi. Perchè quel bisogno di salvare Dio come persona non può fare a meno di misurarsi col significato autentico di questa parola latina (corrispondente al greco “prosopon”) con cui a Roma si intendeva semplicemente la maschera che celava il volto dell’attore, per suggerire la presenza di un personaggio del dramma inscenato davanti agli spettatori del teatro. Che cosa possiamo dire di questo personaggio? Chi c’è dietro la persona (la maschera) che noi chiamiamo Dio? Vogliamo forse ancora dargli il ruolo del “deus ex machina” di antica memoria che fa esplodere il big bang, quando la scienza ci ha dimostrato che non ha senso immaginarci un “prima“ quando ancora il tempo non esisteva? O forse, piuttosto, dicendo che quel Tu é persona vogliamo intendere qualcosa come “l’individuo” al quale desideriamo rivolgerci? Io – senza alcuna pretesa di convincere né te né alcun fratello-preferisco attenermi all’insegnamento radicale  di Eckart che già settecento anni fa ci segnalava che con qualunque immagine o nome pretendiamo di definire e chiamare Dio, lo rendiamo “cosa fra le cose”, e con ciò stesso non solo lo oggettivizziamo, ma anche lo immeseriamo, per così dire, a presuntuoso possesso delle nostre parole. Ecco perchè oggi non sento più il bisogno, o meglio non ho più la pretesa, di fare dell’Ineffabile una persona. Preferisco dunque (ma questo vale solo per me e tu hai il diritto di seguire un’altra strada su cui non mi arrogo alcun diritto di esprimere un giudizio) fermarmi nel silenzio e contemplare il Silenzio dell’Indicibile. 

È per questo motivo che ho accettato la proposta di inserire qualche mia riflessione, accanto a quelle di nomi ben più importanti del mio, nel libro “Oltre Dio” (che se fosse dipeso da me avrei intitolato “Oltre la parola Dio”) che si inserisce programmaticamente nel filone del post-teismo. 

E preciso qui che, a titolo del tutto personale e proprio per i motivi fin qui succintamente esposti, che io non me la sento come altri post-teisti di provare a rendere oggi accettabile e comprensibile quel “Dio” riconoscendovi come l’Energia diffusa nell’universo intero. Mi pare infatti che con questa immagine non siamo lontani dalla definizione di “Deus sive Natura” di Spinoza che sento di non poter accettare perché dovrei accettare come segno di una Sapienza diffusa nella materia (chiamiamola pure quark, onde gravitazionali, particelle elementari che riververano nell’entanglement ovunque diffuso, ecc. ecc.) anche tutta la crudeltà (quella umana compresa) che tortura il mondo naturale e la storia umana. E non sento neppure il desiderio di cercare nelle nuove acquisizioni della scienza gli indizi di una possibilità di sopravvivenza per l’Informazione che per un attimo ci ha dato forma, vita e coscienza. Il “dopo”, almeno per me, non è un problema: come la vita, questo dopo puó essere solo dono e non una pretesa nè un mio spasmodico desiderio. 

In conclusione: non voglio insegnare nulla a nessuno, caro Enrico, ma dico anche che ben volentieri oggi, senza alcun dramma di coscienza, accetto onestamente di iscrivermi fa i post-teisti perché preferisco il silenzio della teologia apofatica cui già erano approdati tanti padri antichi, che é poi l’a-teologia (la non-teologia, la non descrizione del Mistero davanti al quale possiamo solo ammutolire) di Raimond Panikkar. Ma questo, aggiungo, non mi impedisce di dire, ogni giorno, in cuor mio o con alcuni fratelli che si dicono cristiani, “padre nostro”: se lo faccio però (invocando l’Ineffabile) è perché voglio usare usare,non avendone di migliori, le parole (cioè la metafora) di Gesù e per esclusiva fiducia nell’uomo della croce, che sulla croce si scoprì orfano e tuttavia al dio-padre assente riconsegnó, obbediente, la sua vita e il suo sogno del Regno. 

Ecco perchè da tempo non sono neppure più disposto ad accettare che qualcuno mi parli “in nome di Dio” : non solo i cattivi che se ne servono per fini di potere, ma neanche i buoni che in suo nome amano generosamente i fratelli. Autorizzo a farlo eventualmente (e io mi inchino con timore, tremore e commozione al loro coraggio che va oltre ogni azzardo) solo le vittime di tutte le croci della storia del mondo. Solo loro possono lanciare il loro grido nel vuoto, nella fiducia che il Vuoto ascolti la loro voce.  

Scusa se mi sono permesso di giustificare così diffusamente la mia posizione e anche se non apro il discorso della “resurrezione” che, come tutti sappiamo, non è prova ma oggetto della nostra fede.

Un caro saluto, un forte abbraccio. Gilberto

6 – Enrico Peyretti

Carissimo Gilberto, 

mi fai molto onore prendendo così in considerazione la mia semplice nota al testo della CDB di Pinerolo. Capisco le tue ragioni. Non ho letto tutto, non il tuo libro, ma i testi usciti su Adista e qualcos’altro, anche ciò che corre nel dialogo odierno. Non intendo continuare ora. Da te raccolgo questa idea grande e antica: nessuna immagine di Dio, neppure concettuale, o verbale. Forse la mia, Vita-che dà-vita (o simile), è già troppo definitoria? Può darsi. Comunque, se c’è, Dio è qualcuno che si rivolge a noi, parla, chiama: altrimenti la Bibbia è tutta vana. Quanto a “persona” mi pare che oggi non sia più la antica “maschera”, o ruolo, e sia piuttosto il “diritto sussistente” di Rosmini, e la dignità-soggetto dei Diritti Umani, che dice la cultura più umanistica e (quasi) comune che abbiamo, oggi la più storicamente salvifica; se vuoi, è la Fraternità dichiarata da Francesco anche con esponenti musulmani. 

E’ nato da quella mia prima nota un seguito di interventi e circolazioni (Raniero, Claudia Fanti, Eletta Cucuzza, tu) che si potrebbe raccogliere in un dossier, senza pretese. Aspetto qualche giorno e poi, se vale la pena, ci provo e lo ripresento a chi ha ricevuto o partecipato. Sappiamo bene che è un cammino in corso. Che te ne pare?  Grazie! E buona domenica! Enrico

7 –  Nota

Raccolto questo provvisorio dossier, mi permetto di aggiungere una breve nota, proposta in semplicità. 

Se ciò che abbiamo chiamato Dio non fosse comunicante, appellante, ispirante, in qualche modo parlante,  trasmittente una comunicazione significativa per lo spirito umano (cioè se non fosse persona), avremmo “deus sive natura” (infatti è una ipotesi): la bellezza, armonia, sensatezza, e anche cecità e violenza della natura. Ci sono, infatti, religioni della natura, entità di cui noi umani siamo parte, come origine e come sbocco: natura personificata?

Se non fosse persona, non avrebbe alcun senso l’atteggiamento umano di fede, affidamento, fiducia interiore e resistente ai colpi del caso, e della malvagità umana. Una fede che genera speranza, al di là di tutte le vicende storiche e biografiche. C’è una speranza umana, resistente, rigenerante (oggi si usa dire: resiliente), di continua ripresa (in evoluzione), che si direbbe alimentata da una presenza vivente e incoraggiante (anche la natura stessa, ma come animata, personificata).

Se non fosse persona, non ci sarebbe la preghiera umana, che è anche il semplice sospiro, più grande di tutte la parole, davanti all’alba, al tramonto, al morire, al nascere, all’incontrare altri simili a noi, e accompagnarci nell’impresa della vita. 

Se non fosse vivente, indicibile, ma emergente interiormente nel cuore di tutto, sopra il nulla che ci minaccia, sentiremmo il movimento ad amare, rispettare, aiutare, favorire, salvare i nostri simili? Manchiamo spesso a questo silenzioso appello interiore, ma possiamo rinunciarvi, sradicarlo da noi, senza ridurci a pietre?

Trovo la parola più vera, oltre i concetti che sono “maschere” (nel senso peggiore) di Dio, fuori da ogni uso autoritario e imperiale della figura di Dio, in ciò che scriveva Pier Cesare Bori, amico prezioso e maestro,  con riferimento alla risposta di Gesù alla Samaritana, privilegiata interlocutrice (in Giovanni 4):  «“In spirito e verità” unisce le due dimensioni, verticale (Dio è oltre ogni immagine, si trova solo nello spirito) e orizzontale (Dio si trova nella giustizia)». 

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