O la salvezza o la fine

DOVE VA IL MONDO?

14 Maggio 2024 / Editore / Dicono la loro / 2 Comments

Per la fine basta che le cose continuino come stanno. Quanto alla salvezza essa “viene dai Giudei”. Ma come è compatibile ciò con il genocidio a Gaza?

Pubblichiamo un testo di Raniero La Valle in risposta alla domanda messa a tema del convegno di “Missione Oggi” tenutosi a Brescia l’11 maggio 2024.

Per stare al linguaggio sempre vivido di papa Francesco, noi non siamo in un’epoca di cambiamenti, ma a un cambiamento d’epoca. Secondo padre Balducci, con la guerra del Golfo, nel 1991, era finita “l’età moderna cominciata cinquecento anni fa col genocidio degli Indios nel lontano Occidente”; era finita cioè quell’epoca che era stata contrassegnata dall’egemonia di questo Occidente. Dunque stiamo parlando non di singoli avvenimenti, come la guerra d’Ucraina o il genocidio di Gaza, ma di una condizione nuova del mondo che investe tutto il corso storico: questo infatti vuol dire il passaggio da un’epoca all’altra. Se ciò è vero, la lettura di quanto sta accadendo non si può fare solo con le categorie della politica e delle scienze, ma deve coinvolgere anche una teologia della storia.   Deve dare conto cioè di quella tempesta che spira dal Paradiso e, come dice Walter Benjamin, si impiglia nelle ali dell’Angelo della storia rovesciando ai suoi piedi rovine su rovine e spingendolo irresistibilmente nel futuro.

La domanda è dove va il mondo, in questa età. E la risposta naturalmente dipende dalla strada che oggi si prende.

Il mondo infatti è arrivato a un bivio: o va alla distruzione e alla fine, o va alla salvezza e al futuro. Io non so quale dei due destini ci riserva la storia. Non sono profeta né figlio di profeta, direbbe Amos che era un mandriano e coltivava sicomori (Am. 7, 14). Però sono un giornalista, figlio di giornalisti, e ho sempre pensato che il compito del giornalista sia quello di vedere le cose, di capirne le cause, un minuto prima degli altri a cui egli le deve raccontare; e a partire da quanto ha scoperto e da quanto è accaduto, cercare di affacciarsi sul domani.

L’ipotesi della fine. Ora è molto facile immaginare come potrebbe verificarsi la prima delle due possibilità, quella della fine. Basta infatti che continui ciò che oggi accade, che non muti il corso delle cose presenti. Non è come durante la guerra fredda, quando gli scienziati spostavano via via le lancette dell’orologio verso la mezzanotte, per significare l’avvicinarsi della fine, e quella non arrivava. Essa era infatti immaginata come dovuta a una sola causa, l’eventuale follia di una guerra atomica, ma quella nessuno la voleva: come dicevano i capi, ragionando secondo la logica militare, una guerra così non poteva essere vinta e perciò non doveva essere combattuta. Ma oggi questo tabù è caduto, si parla del conflitto nucleare come di una ordinaria possibilità, ma non se ne tiene alcun conto; e al riparo di questa indifferenza, si fanno tutte le guerre convenzionali del caso, dopo che la guerra è stata recuperata come libera all’esercizio con la guerra del Golfo nel 1991 e la sua imponente esaltazione mediatica. E le stesse guerre convenzionali non sono come quelle di una volta, che erano considerate talmente ovvie da essere circondate di rispettose cautele, contenute nelle Convenzioni di Ginevra, nel cosiddetto diritto umanitario di guerra, e in scontate consuetudini, sicché i crimini di guerra erano considerati un’eccezione, e debitamente sanzionati. Oggi la guerra è di per se stessa un crimine, è uscita dal diritto con la Carta dell’ONU, e a stare alla Convenzione sul genocidio ogni guerra è un genocidio, perché diretta a “distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso” come tale, che sia un popolo o anche solo il suo esercito; e ancor peggio l’esecuzione di questo crimine internazionale, come si è visto nel genocidio dei palestinesi a Gaza, è separata dai suoi responsabili e autori, e affidata all’Intelligenza artificiale, che con i suoi algoritmi decide gli “obiettivi”, ossia quanti sono da uccidere, nonché i mezzi dell’offesa, che siano i missili o i droni o la fame, e lo fa all’ingrosso, non uno per uno.  Tutto questo ci può davvero portare alla fine.

La guerra come ultimo giudice dei popoli. E non c’è solo la guerra combattuta in questo o quello scenario, che sia l’Europa o il Medio Oriente o l’Africa, c’è la guerra concepita come modalità e giudice ultima dei rapporti mondiali; tale è la cultura vigente in Occidente almeno a  partire da Eraclito (“la guerra come padre e re di tutte le cose, gli uni disvela come dèi, gli altri come uomini, gli uni fa schiavi, gli altri liberi”); ed è in base alla presunzione che la guerra sia un dato di natura che l’attuale amministrazione americana vede “il futuro dell’ordine internazionale” come frutto di una “competizione strategica” per il dominio del mondo, che gli Stati Uniti, devono vincere armandosi come nessun altro Stato sulla Terra (dieci volte più della Russia) mettendo anzitutto fuori gioco la Russia, da ridursi, secondo Biden, alla condizione di “paria”,  e giungendo alla sfida finale con la Cina.

E a propiziare la fine c’è anche il fatto che l’opera della guerra distoglie ogni politica e ogni risorsa dal provvedere alla salvaguardia del pianeta, al controllo del clima, al contenimento delle acque, all’avanzare dei deserti e alla distruzione delle specie.

L’ homo sapiens non è abbastanza sapiente da salvaguardare anzitutto se stesso.

Questa è la prima ipotesi, l’ipotesi che più incombe, quella della fine. Abbiamo però la fede a impedirci di crederlo. Speriamo che Dio stesso venga a salvarci.

L’ipotesi della salvezza. L’altra ipotesi è quella della salvezza, Ma come concepire la salvezza storicamente possibile? È un discorso difficile. La domanda è: perché la salvezza non è venuta, perché tarda, perché non riusciamo a vederla? Per noi cristiani si tratta di una promessa fatta al mondo nel modo più formale. C’è tutto il Vangelo a dirlo. E l’ha preannunciata, non solo promessa, Gesù al pozzo di Giacobbe, parlando alla Samaritana.  Lo racconta il vangelo di Giovanni, e dovrebbe dire qualcosa non solo a noi, ma a tutti, se è vero, come tutti dicono, anche i non credenti, che la nostra è un’identità ebraico-cristiana. Che cosa ha detto Gesù alla Samaritana? Ha detto: “La salvezza viene dai Giudei”: e ha anche detto quando e come è destinata a giungere questa salvezza: in quell’ “ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre…”, ma “viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano” (Giov. 4, 5- 42). Si tratta di una rivelazione che ha due singolarità, quella di chiamare a testimone una donna, e per di più straniera, in un tempo in cui le donne non erano credute, e quella di dare per presente un avvenimento futuro, come fa la Scrittura per la quale ogni tempo è “il tempo di ora” (2 Cor. 7-9; 6, 1-2); così come è il tempo della storia, che ci è sempre contemporanea, anche quella passata, perché in ogni momento della storia è concentrata tutta la storia.

Si tratta però di una parola, sulla salvezza che viene dai Giudei, che proprio oggi sembra difficile a credersi, quando dagli Ebrei di Israele viene tutt’altro che la salvezza, bensì una guerra spietata che esplicitamente è diretta all’annientamento di un intero popolo, e che nelle parole del Primo Ministro in carica a Tel Aviv non deve finire “fino a quando non sia terminato il lavoro”; proposito agghiacciante perché suppone che ciò che gli uni fanno oggi a un popolo sotto gli occhi e l’inerzia della comunità internazionale, altri lo possono fare domani con qualsiasi altro popolo, cosa che per l’appunto vuol dire non la salvezza e il futuro, ma la distruzione e la fine.

E “il lavoro” è quanto di peggio possa accadere: a Gaza, ove sono censiti decine di migliaia di morti, in gran parte bambini, e oltre 75.000 feriti; in una “striscia di Gaza” di cui non si può nemmeno dire che sia stata fatta un deserto, perché un deserto non è coperto di macerie, irrorato dal sangue e brulicante di folle affamate e braccate; e in Cisgiordania, dove domina la stessa violenza, anche se lì “non c’è Hamas” – come ha scritto Moni Ovadia – mentre è stata fatta a pezzi da 750.000 coloni “armati fino ai denti, che  sputano sui bambini, derubano i villaggi palestinesi, bruciano gli ulivi”; e nel tormento è lo stesso Israele dove è stata istituita la censura, per spegnere le TV straniere, a cominciare da al-Jazeera, e dove si è ignorata la  protesta di una imponente minoranza del popolo, che per 52 sabati ha manifestato contro le riforme sulla giustizia, né si è dato ascolto ai centomila accampati davanti alla Knesset per chiedere  la fine del conflitto e una vera  trattativa per il rilascio degli ostaggi, ed è messa a tacere quella parte della società israeliana che persegue un diverso destino e un altro rapporto con i Palestinesi, come fanno gli Ebrei del B’Tselem, i refusnik , Breaking the Silence, il Comitato israeliano contro le demolizioni delle case palestinesi,  il movimento per il dialogo e per la pace.

Perché accade tutto questo? Nethaniau non è un mostro, non si può dire di lui né che sia l’unico responsabile di questa spirale di violenza, né che sia l’intrepido patriota che ha detto di no perfino a Biden.  Come ha scritto Gideon Levy su Haaretz, il principale giornale di Tel Aviv, “attribuire tutta la colpa di tutte le disgrazie di Israele a Netanyahu significa dire che se non fosse stato per lui, tutto sarebbe stato diverso. Questo è quello che fanno fin dal loro primo giorno quelli che dicono che se non fosse stato per Netanyahu, Gaza non sarebbe stata una prigione, gli insediamenti non avrebbero fatto marcire Israele e l’IDF sarebbe stato un esercito morale”; di conseguenza con la caduta di Netanyahu, che per non subire un processo, continua la guerra, tutto sarebbe risolto. “Questo non è vero, ovviamente… Sembra che Netanyahu abbia agito come hanno fatto i suoi predecessori e come faranno i suoi successori. Tutti i premier si sono schierati a favore della continuazione dell’occupazione e dell’assedio di Gaza. Nessuno di loro ha pensato nemmeno per un momento di permettere un vero Stato palestinese, con pieni poteri, uno Stato come gli altri. Non hanno pensato di liberare la Striscia di Gaza dall’assedio soffocante. Se non fosse stato per tutti questi, forse Hamas non ci sarebbe”. E ha detto Moni Ovadia: “Non penso che Netanyahu sia un’escrescenza tumorale in un corpo sano. No, non è questo. Netanyahu è il vero volto del sionismo. Non è una deriva. Dico questo perché la Nakba (la catastrofe palestinese) è stata portata avanti da Ben Gurion non da Netanyahu. E la Nakba fu il primo atto di pulizia etnica, documentato da stimati storici israeliani come Ilan Pappé”.

 

Interrogare la storia ebraica, le fonti bibliche. Dunque, se la causa di tutto non si può attribuire al premier israeliano, bisogna altrimenti comprendere le motivazioni e l’origine di quello che accade. E non lo si può fare in base a criteri estranei o a pregiudizi, ma interrogando la storia ebraica e ascoltando ciò che gli stessi Ebrei dicono di sé e del processo che ha condotto all’istituzione dello Stato di Israele. E qui naturalmente si incontra la Bibbia, e la lettura che se ne fa; con l’avvertenza però che c’è una lettura fondamentalista e letterale delle Scritture, come ha detto la Pontificia Commissione Biblica, che è “un suicidio del pensiero”.

Una interpretazione letterale delle Scritture è per esempio quella che seguivano i discepoli di Emmaus, il primo giorno dopo il sabato, prima che Gesù, unitosi a loro, spiegasse il vero senso delle promesse messianiche. Discutendo le notizie su quanto era accaduto in quei giorni a Gerusalemme, erano tristi perché avevano sperato che fosse lui, Gesù, il Messia che avrebbe restaurato il regno di Israele, e invece egli era finito condannato e crocefisso. E Gesù certamente avrà spiegato loro che non si trattava affatto di restaurare un Regno politico, quale era l’antico Regno di Israele. Gesù avrà ricordato ai discepoli la parabola dei vignaioli omicidi che vogliono appropriarsi della vigna del Signore (che non è solo la terra di Israele ma la terra di tutti) come se fosse solamente loro, e per averla uccidono il Figlio, l’unico erede, esercitando così la loro gelosia verso tutti gli altri popoli e avanzando la pretesa di un possesso esclusivo.

È con questa avvertenza che per capire quello che oggi accade con Israele, bisogna andare a vedere quali sono le fonti bibliche su cui si fonda l’attuale figura di Israele come “Stato Nazione del popolo ebraico”, quale è definito nella “Legge fondamentale” del 2018. Perché è a questo riferimento letterale alla Scrittura che si deve, dopo tanti secoli da quell’incontro di Emmaus, la fondazione dello Stato di Israele, e la sua interpretazione fondamentalista, più o meno dichiarata, che ha ispirato le politiche dei suoi governi durante settantacinque anni, ha rivendicato la sovranità ebraica esclusiva su tutta la terra  dal mare al Giordano e, nonostante la buona volontà di molti dei protagonisti dell’una e dell’altra parte, ha impedito la convivenza tra Israeliani e Palestinesi e tanto più la soluzione dei due popoli in due Stati, fino all’incontrollata tragedia di Gaza. E se così stanno le cose, si può dire che il ricorso a un uso letterale delle Scritture, può essere anche il suicidio di uno Stato.

Per questo un’importante tradizione dell’ebraismo rabbinico, ha sostenuto che non si dovesse perseguire una realizzazione politica delle promesse messianiche. Il messianismo – «questa idea che il popolo ebraico ha donato al mondo e di cui ha dovuto pagare il prezzo» come ha scritto Gershom Scholem, uno studioso del messianismo sabatiano – suppone sì una realizzazione storica, ma ad opera di Dio non ad opera dell’uomo: non si doveva «incalzare il Messia», dicevano i rabbini, per cui la redenzione, la “Geulah”, non poteva tradursi nell’instaurazione di uno Stato, come oggi è concepito. La spiegazione della nascita dello Stato di Israele che gli studenti stranieri di ebraico si sono sentiti dare dal direttore sionista della scuola di Gerusalemme: «Il Messia non è venuto, e allora siamo venuti noi», è inammissibile. E infatti una gran parte delle guide religiose e dei sapienti d’Israele era contraria a una forzatura politica del messianismo e alla istituzione di uno Stato; si temeva una catastrofe e venivano invocati i «tre giuramenti» che secondo il Midrash e il Talmud Dio avrebbe fatto fare al popolo ebreo, tra cui quello di «non salire sul muro» dell’esilio e di «non forzare la fine». Perciò Gershom Scholem, ha definito la vita ebraica come una vita vissuta nel differimento, e tre Maestri del Talmud hanno detto: che venga il Messia ma io non voglio vederlo[1]. È stata la Shoah a mettere in crisi questa idea del rinvio: si può ricordare Menachem Begin, il «terrorista» che fece saltare l’ambasciata inglese a Roma in via XX Settembre, e diverrà poi Primo Ministro di Israele, che disse: «Mai più gli Ebrei deboli e senza potere».

È attraverso questo processo che si è giunti all’instaurazione dello Stato di Israele e al suo modo di essere di oggi: non uno Stato comunità, lo Stato del popolo di Dio ma uno Stato come “uomo artificiale”, come il “Dio mortale” costruito da Hobbes, lo Stato sbagliato della modernità europea, la cui sovranità consiste nel diritto di guerra,  “ius ad bellum”, e non avrebbe dovuto essere così. Naturalmente ciò non vuol che non debba esistere uno Stato di Israele, tanto meno che debba essere soppresso, ma esso dovrebbe essere diversamente pensato.

 

Il dramma fondatore. E allora è ancora alle Scritture bibliche che bisogna tornare, e al modo in cui oggi, come diceva papa Giovanni, si possono comprendere meglio. E anzitutto bisogna ricorrere a quella pagina fondativa della storia del popolo eletto, che è l’alleanza stabilita tra Dio e Mosè nel deserto del Sinai. Perché lì c’è un dramma, che doveva segnare tutta la storia giudaica, un dramma ancora più grande di quella che sarà poi la Shoà: c’è il dramma di un Dio che minaccia il suo popolo di passare a un’altra alleanza. Lo rievoca il grande studioso ebreo Jacob Taubes, nei suoi colloqui del dopoguerra col giurista tedesco Carl Schmitt, commentando “La teologia politica di san Paolo”, che sarebbe stato poi il tema di un seminario che egli avrebbe tenuto ad Heidelberg dal 23 al 27 febbraio 1987[2]. Il dramma di cui si parla è quello raccontato nel libro dell’Esodo, secondo il quale all’uscita dall’Egitto, Mosè ebbe un confronto con Dio. Era un Dio geloso, come Egli stesso doveva definirsi, anzi addirittura egli disse di chiamarsi “Geloso”. E quando questo popolo tradì il suo Dio, costruendosi il vitello d’oro e adorandolo come un idolo, Dio giurò di punirlo scegliendosi un altro popolo da affidare alla guida di Mosè. Ma qui, dice Taubes, c’è il dramma. Perché ciò che c’è di mezzo è la fondazione e la legittimazione di un nuovo popolo di Dio, che non è più quello che discende da Abramo secondo la carne, non è più quello degli Ebrei.  Cioè si ripresenta il dramma che è stata l’esperienza fondamentale della Torah, il dramma del minacciato passaggio della elezione di Dio dagli Ebrei agli altri popoli: il popolo eletto che non è più il popolo eletto, mentre Dio avrebbe fatto di Mosè un’altra nazione “più grande e più potente”. È il giorno terribile in cui il popolo rischiò di perdere il suo bene più grande, la predilezione e la compagnia di Dio; ma Mosè resistette a questa decisione, rifiutò la nuova investitura, e “implorò il Signore” di desistere dalla sua ira, di non fare il male che aveva minacciato di fare (Es. 32-34; Num. 14-15).  Secondo Taubes è questo che viene rivissuto nei riti che gli Ebrei ogni anno compiono nel giorno dell’espiazione, Jom Kippur, in memoria di questi eventi, “una celebrazione che è percorsa da questo brivido”.

Pregato da Mosè, che per punire i ribelli fece trucidare tremila persone nel suo stesso accampamento, Dio desistette dal suo proposito, confermò la promessa della terra e si impegnò a sbaragliare i nemici che ne avessero impedito il possesso, che fossero gli Amorrei, i Cananei o i Gebusei, ma pose delle stringenti condizioni a tutela della sua gelosia: il popolo d’Israele non avrebbe dovuto prostrarsi ad altro dio, avrebbe dovuto guardarsi bene dal fare alleanza con gli abitanti della terra nella quale stava per entrare (Es. 34,14), anzi avrebbe dovuto  distruggere i loro altari, fare a pezzi le loro stele e tagliare i loro pali sacri, non avrebbe dovuto prendere per mogli dei suoi figli le loro figlie, per evitare che anche loro si prostituissero ai loro dèi, non avrebbe dovuto farsi idoli di metallo fuso. E in positivo avrebbe dovuto osservare la festa degli azzimi, riscattare i primi nati, osservare il Sabato (Es. 32, 11) e molte altre cose.

È in seguito a ciò che quando Mosè morì, il comando passò a un nuovo “profeta”, Giosuè, e cominciò l’epopea delle sue conquiste, per cui Giosuè debellò un popolo dopo l’altro, decretò stermini e interdetti, si avvalse anche di una prostituta come Raab, che tradì il suo popolo (Gs. 3,10; 6, 21), si gloriò, secondo il libro che racconta le sue gesta, di comportamenti efferati, punì con la morte i renitenti del suo stesso popolo, e poi distribuì la terra così conquistata, la terra che era stata promessa, tra le dodici tribù di Israele.

 

Giosuè, un modello credibile? Ma le cose andarono proprio così? È compatibile questa immagine del Dio geloso con quello che sappiamo oggi di Dio? È possibile che la conquista si sia realizzata di sterminio in sterminio, a Gerico, ad Ai, come nelle altre città cananee? E se Israele ha preso alla lettera quelle parole della Scrittura e ha fatto propria quella “gelosia” di Dio, mostrandosi geloso della sua elezione, geloso della terra da non spartire con alcun altro, geloso nei confronti dei popoli la cui esistenza era percepita come alternativa a quella di Israele, geloso di Gerusalemme, voluta come solo sua e per sempre, non sarà che Israele ha frainteso la gelosia di Dio? Dio era geloso dei falsi Dei, degli idoli, non era geloso degli altri popoli, la gelosia di Dio dice “non fatevi altri altari”, non dice “mettetevi fuori della comunità dei popoli”. Certo, c’è la Bibbia che racconta in tal modo la storia delle origini, ma se ancora ai tempi di Paolo per intendere “i primi elementi delle parole di Dio” i fedeli avevano bisogno di “latte, non cibo solido”, (Eb. 5, 12), e così accade anche ora, figuriamoci come doveva essere difficile questa comprensione allora, agli albori della storia religiosa e della storia civile dell’umanità.

E non sarà dunque che Israele ha sbagliato profeta, ha preso come archetipo Giosuè come il vendicatore, invece che richiamarsi a tutta la tradizione del messianismo biblico, ai grandi profeti di comunione e di pace come Isaia, Michea, Geremia, Ezechiele, Giona, alla sapienza del re Salomone? E non sarà che Israele ha preso la terra dove scorre latte e miele come se fosse un feudo di piccoli signorotti locali piuttosto che come la terra di Dio che si estende fino agli estremi confini della Terra, data in dono a tutti i popoli, sicché i coloni per scacciare i “nativi” fanno propria l’ideologia del Far West americano? E non sarà che Israele ha preso Dio stesso come il Dio nazionale e guerriero che fa strage dei nemici e non come il Dio,  che anche solo per dieci giusti salva Sodoma, il Dio gentile che per amore di centoventimila persone e “di una grande quantità di animali”, salva Ninive, la grande città assira, il Dio che col profeta Michea invita i popoli a salire a Gerusalemme, “ciascuno con il suo Dio”,  come Israele col suo? E non è questo il monoteismo biblico, questo “grande dono” che le religioni monoteistiche, anti-idolatriche ma non panteiste e pagane, hanno fatto al mondo? E non è quest’altra lettura del patrimonio biblico quella che è conforme alla ragione e coerente con gli strumenti storico critici e archeologici oggi disponibili? Infatti tutta la critica biblica, ebrea e non ebrea, ha spiegato che “i libri storici” di Giosuè e delle conquiste non sono libri storici, che sono stati scritti durante il regno di Giosia, almeno sei secoli dopo i fatti narrati che risalgono al XIII secolo, che le città assoggettate e distrutte non esistevano o non esistevano più nel secolo in cui sono collocate, e nemmeno si ha alcuna notizia e tanto meno sono stati distrutti popoli interi di cui parla quella storia, come i Perizziti, i Gebusei, i Refaiti, gli Hiwiti, i Girgashiti, gli Amorrei; e forse l’insediamento delle tribù di Israele nella terra promessa non è avvenuto con le armi, come dice l’ideologia della conquista, ma è avvenuto in modo graduale e pacifico. Sicché quelle pagine bibliche trasmettono piuttosto un mito di fondazione, sono un grande inno pedagogico al Dio monoteista e un grande manifesto anti-idolatrico, ma non un grido di guerra e un invito precoce al genocidio, millenni prima che la parola “genocidio” fosse stata inventata. Certo, di mezzo c’è stata la Shoà, che ha provocato la catastrofe ermeneutica, il trauma che radicalizza la vittima, per cui si uccide Rabin e si installa Netanyahu, mentre Sharon che si ritira da Gaza è paragonato a Hitler, raffigurato come vestito da nazista, e dai rabbini destituito di autorità sull’esercito. Ma non si può giungere fino a questo punto. Netanyahu non può essere il nuovo Giosuè, che elimina l’ultimo popolo “straniero”, quello palestinese, e impone l’ideologia dello scarto. Sono invece gli innocenti di Israele che continuano la testimonianza del servo sofferente di Jahvè e del giusto immolato come Rabin: questa dovrebbe essere la conversione di Israele.

Tutte le religioni sono del resto in stato di conversione.  Non è già il cristianesimo che ha rinunciato a distribuire corone e regni, ha smesso di identificarsi con Costantino e con il suo Impero,  è felicemente privo dello Stato pontificio, e non ha tra i suoi eroi Riccardo Cuor di Leone ma san Francesco che va a parlare col Sultano? E se papa Francesco dice che il Dio del “Dies irae” è piuttosto un  Dio che è solo misericordia, e che a suo parere l’inferno è vuoto, noi non potremmo dire, con gli Ebrei, che Dio non ha ordinato alcuno sterminio? Più volte del resto Dio protesta col suo popolo perché, dice, ha fatto “cose che io non ho mai comandato e che non mi sono mai venute in mente” (Ger. 7,31) , e lancinante è il dolore di un Dio che ha orrore del sangue,  quando vede che “la morte è entrata dalle nostre finestre, si è introdotta nei nostri palazzi, ha abbattuto i fanciulli nella via e i giovani nelle piazze” e che “i cadaveri degli uomini giacciono come letame nel campo, come covoni dietro il mietitore, e nessuno li raccoglie.. ” (Ger, 9, 20-21): come succede a Gaza, ma anche nelle fosse del Mediterraneo, sui muri eretti per fermare i migranti, sui fronti allestiti dovunque per dividere i popoli, in Ucraina e non solo.

 

Riguarda anche noi. Tutto ciò pertanto non riguarda solo Israele, come se il caso israeliano si potesse mettere tra parentesi, mentre tutto il resto andrebbe bene così come va. A prendere la storia sul serio, non solo come un succedersi di fatti di cronaca, ma nella sua dinamica profonda, noi sappiamo che Israele e la sorte della fede ebraica hanno a che fare col “mondo che verrà”, avranno un ruolo speciale nel futuro, ne rappresenteranno una svolta, non segneranno la fine ma avranno a che fare con la fine.  Se così non fosse tutta la nostra cultura della storia, le fedi di cui ci nutriamo, il cristianesimo stesso, quella che con abituale noncuranza chiamiamo “storia della salvezza” sarebbero pure fantasie e narrazioni mitiche. Se la domanda è: “dove va il mondo”, e questa domanda ha un senso, è sul futuro di Israele e delle Genti che dobbiamo spingere lo sguardo.

Lo possiamo fare senza abuso, perché noi non siamo estranei ad Israele: gli Ebrei non solo sono “i nostri fratelli maggiori”, essi sono noi e noi siamo loro. Questo è il vero dialogo ebraico-cristiano: fino a Gesù eravamo una cosa sola, lui era ebreo e nel contempo era Cristo, c’è una corrispondenza tra Sinagoga e Chiesa, Tempio e Cenacolo, l’Arca e la Croce, il Rabbi e il Crocefisso. Forse oggi possiamo meglio capire, come realtà del presente, che cosa voglia dire “Ho altre pecore che non sono di questo ovile”, oggi sappiamo che non è vero che “extra Ecclesiam” (intesa come la Chiesa cattolica romana) “nulla salus”: lo dice il Concilio, lo dice Karl Rahner nel bilancio a 15 anni dal Concilio, lo dice il documento di Abu Dhabi di papa Francesco e dell’Imam Aḥmad al-Ṭayyib. Abbiamo capito dove sta il suicidio del pensiero, e questo vale non solo per il cristianesimo, ma per l’ebraismo come per l’Islam; e se non lo capiamo perdiamo non una sinagoga, una moschea o una chiesa, ma perdiamo la fede.

Al contrario, se si riparte da un’altra lettura della storia biblica, si affaccia un altro futuro: c’è la lettura che ne hanno fatto i profeti, la tradizione di Isaia e di Michea con le loro lance tramutate in falci e il “disimparare” l’arte della guerra (Mi. 4, 3), le interpretazioni fattene da Gesù, quelle di Paolo di Tarso. E proprio a Paolo si deve una profezia della storia che  rovescia la previsione della fine, estende la promessa a tutti i popoli e contempla l’adempimento della parola detta da Gesù al pozzo di Giacobbe sulla salvezza che viene dai Giudei.

 

La profezia di Paolo. C’è una lettera che abbiamo ricevuto in quanto Romani, ci ha scritto san Paolo duemila anni fa ma è come se fosse arrivata oggi, data la contemporaneità delle Scritture. C’è un passo in questa lettera ai Romani che dice: «Non voglio infatti che ignoriate, fratelli, questo mistero, perché non siate presuntuosi: l’ostinazione di una parte d’Israele è in atto fino a quando non saranno entrate tutte quante le genti.  Allora tutto Israele sarà salvato, come sta scritto: “Da Sion uscirà il liberatore, egli toglierà l’empietà da Giacobbe. Sarà questa la mia alleanza con loro quando distruggerò i loro peccati”. Quanto al Vangelo, essi sono nemici, per vostro vantaggio; ma quanto alla scelta di Dio, essi sono amati, a causa dei padri, infatti i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili! » (Rm. 11, 25-29).

È questa profezia allora che ci riporta a quella “Teologia politica di san Paolo” che era stata l’oggetto del seminario tenuto a Heidelberg da Jacob Taubes nel 1987. La sua importanza sta nel fatto che Taubes prende Paolo molto sul serio, e lo legge da ebreo, dall’interno della tradizione ebraica, e più esattamente nella “logica messianica”.

La tesi fondamentale di Taubes è che Paolo non è un “convertito” dall’ebraismo, non di questo si sarebbe trattato nel famoso episodio di Damasco; si è trattato invece di una chiamata, di una vocazione, come quella di un altro grande profeta ebreo, Geremia, che, prima ancora di nascere era stato “stabilito profeta delle nazioni” (Ger. 1,5); è lo stesso Paolo, osserva Taubes, che si presenta come “chiamato” ad un compito, prescelto per vocazione ad essere apostolo (infatti non lo era, come gli altri dodici), “inviato dagli ebrei ai pagani”, restando, pertanto, ebreo. Ora, secondo Taubes, Paolo si trovò di fronte allo stesso problema di Mosè, quando ancora una volta il popolo aveva peccato rifiutando il Messia che gli era giunto; ma mentre Mosè rifiutò di dare inizio a un nuovo popolo che prendesse il posto di quello di Israele, Paolo accettò di farlo. La sua “vocazione” era appunto una chiamata a far questo, a passare il testimone dagli Ebrei ai pagani.  Tuttavia con una differenza fondamentale. Per Mosè si trattava di assistere a una revoca delle promesse di Dio, e alla distruzione del popolo eletto. Per Paolo invece la promessa di Dio al popolo d’Israele è irrevocabile, non si tratta di trasferire l’elezione da un popolo a un altro, sia pure più grande, ma di estendere l’elezione a tutti i popoli in forza non più di un’obbedienza alla legge ma di una “obbedienza alla fede”; e la dialettica interna di questa posizione è quella espressa nel cap. 9 della lettera ai Romani, quella cioè di volgere gli stranieri alla fede per “ingelosire” Israele, ed ecco che qui la gelosia finalmente assume una valenza positiva; e quando a causa dell’ “indurimento” di una parte d’Israele  (Rom. 11, 11) sarà entrata la totalità delle nazioni, allora tutto Israele (pás Israel) sarà salvato (Rom. 11,25). Leggendo questo capitolo della lettera ai Romani si arriva alla frase, riferita agli ebrei: “28Quanto al Vangelo, essi sono nemici, per vostro vantaggio; ma quanto alla scelta di Dio, essi sono amati, a causa dei padri, 29infatti i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!”. L’evento atteso, che ci rimanda al futuro, è dunque la conversione di Israele, che non ha mai cessato di essere amato da Dio. Ma è possibile questa conversione? In ogni caso, se c’è qualcosa che noi possiamo fare per favorirla, questa è il dialogo ebraico-cristiano.

Anche l‘occidente si deve convertire. Secondo questo annuncio, la salvezza degli Ebrei, seguirà alla entrata della totalità delle Nazioni. Dunque questo riguarda anche noi, riguarda il mondo tutto, nel momento in cui esso rischia la fine, non solo ad opera dei Giudei, ma altresì ad opera dell’Occidente e della intera comunità delle Nazioni che, come Gerusalemme,  “non ha capito che cosa giovi alla sua pace”.

Anche l’Occidente infatti si deve convertire. Anche l’Occidente deve essere liberato dai “sovratoni messianici”, che come dice Jacob Taubes hanno invaso Israele rischiando di risolversi in una fiammeggiante apocalisse. Anche l’Occidente deve affrancarsi dal falso messianismo, uscire dal sistema di guerra. Si tratta degli accenti messianici che da Israele si sono trasferiti nella Ginevra calvinista, come dice Erich Przywara nella sua “Idea d’Europa”: «la Ginevra edificata da Calvino  come “la propria “Città di Dio” in opposizione al “Sacro impero”. Si trattava dello Stato di un Dio che dà la terra in uso a coloro che sono da lui “eletti e predestinati” secondo legge e ordine». Questa idea nata a Ginevra, secondo Przywara, «si diffuse con il puritanesimo, conquistando l’Inghilterra e il Nord America che, ancora oggi, sono formati interiormente da questa idea. Ne è scaturito il pensiero di una “terra razionale e divina anglosassone” che, secondo legge e ordine, ha portato e porta al modo di funzionare e ai risultati di un capitalismo fondato sul calvinismo”[3]. Si può individuare in questa denuncia il messianismo americano, che nella sua caduta idolatrica propugna il modello di società identificato con “democrazia, libertà e libera impresa”, ideologia che attraverso le guerre umanitarie e la “competizione strategica” gli Stati Uniti e i loro alleati pretendono di estendere a tutto il mondo, in nome dei cosiddetti “valori dell’Occidente”, con ciò concorrendo alla minaccia della fine.

Siamo arrivati così al termine del percorso, dove si apre la strada anche alle soluzioni politiche della crisi. Quanto al futuro assetto del mondo. gli Stati Uniti hanno dimostrato che il progetto di far fuori la Russia per poi giocarsi con la Cina il dominio del mondo è una millanteria: gli Stati Uniti sarebbero già intervenuti in Europa se davvero avessero voluto portare fino in fondo la “competizione strategica” con la Russia, se avessero veramente voluto salvare l’Ucraina invece di usarla per il proprio tornaconto. Scongiurato pertanto l’intervento della NATO, la guerra Russia-Ucraina è diventata una guerra tradizionale, come le tante altre combattute fin qui, a cominciare da quelle degli Stati Uniti, ed è relativamente facile uscirne col negoziato, se questo non viene interdetto. . Invece la vera carica esplosiva che minaccia la storia, e per la quale ne va la continuità della civiltà e della vita sulla Terra, è la crisi israeliana, è lì il crinale apocalittico della storia di cui parlava La Pira. Dopo 3.300 anni dalla prima Pasqua di liberazione dalla schiavitù d’Egitto, con un genocidio in corso e un brivido che corre per tutto il mondo, l’attuale cambiamento d’epoca può essere quello decisivo.

La soluzione politica. Ed è qui che dobbiamo stare, costruendo per prima cosa la soluzione politica della questione palestinese, la riconciliazione tra i due popoli, l’attesa del tempo favorevole per la conversione d’Israele. Il venir meno di Netanyahu porrà termine al genocidio di Gaza, premessa alla riconciliazione tra Ebrei e Palestinesi, alla conversione dello Stato di Israele in uno spazio giuridico garantito e accogliente per tutti, al sogno realizzato di una comunione a Gerusalemme dei pastori delle tre religioni monoteistiche, a un eventuale ingresso dei due popoli fratelli e fratricidi nell’ordinamento dell’Unione Europea. E attraverso queste due paci, in Europa e in Palestina, si dovrà giungere alla costruzione di una vera comunità mondiale, ispirata e garantita da un costituzionalismo globale, e alla definitiva rinuncia all’idea di un mondo sottoposto a un unico potere, dilaniato da “competizioni strategiche” per il dominio inevitabilmente matrici di guerre e genocidi.

E sarà questo il tempo in cui l’umanità adorerà il Padre in spirito e verità. È plausibile che a ciò si arrivi attraverso una fase di deperimento delle confessioni tradizionali, ma non al ribasso, bensì per una più profonda spiritualità, non identitaria e esclusivista, quale quella che i giovani stanno oggi cercando a tentoni con il loro bisogno di comunicare e il loro straordinario impegno civile: si mobilitano per Gaza, che diventa il nuovo nome universale del dolore e del riscatto, la Gaza delle Genti.  È un impegno che spesso noi non capiamo, ed è diverso da tutto ciò che finora sappiamo sul modo dei giovani di prendere in mano la propria vita e la storia. È un processo che è cominciato col nome di secolarizzazione, ma che è passato, per quanto riguarda il cristianesimo e quello romano in particolare attraverso i grandi eventi del “discorso della luna” di papa Giovanni, del Concilio Vaticano II, del “mai più” di Paolo VI all’ONU, dell’annuncio teologicamente rivoluzionario del Dio di papa Francesco; e che ancora passa attraverso le ricerche spirituali, bibliche, comunitarie di base e perfino attraverso il rozzo post-teismo, che però non è ateismo, come appare, ma è invece un post-vetero-teismo; e attraverso questi processi potranno ritrovarsi le Genti per una nuova fase della storia umana, in cui sarà salvata la terra e saranno ripristinate le dignità perdute (le innumerevoli “dignità” che sono enunciate nella Pacem in Terris), e si giungerà all’attuarsi di quella profezia di Gesù al pozzo di Giacobbe. Così Israele rientrerà, pas Israel sarà salvato. E così noi e tutta la storia.

Questo processo, se Dio vorrà, comincerà proprio ora, con discrezione, senza che nessuno quasi se ne accorga, con queste importanti elezioni europee nelle quali l’Europa, e il resto dei giusti dei suoi popoli, dovranno rispondere alla domanda di papa Francesco: dove vai Europa?

E dunque proprio qui troviamo la risposta alla domanda se andiamo verso la fine o se andiamo verso la salvezza. Andiamo verso la salvezza: non è in Europa e in Ucraina la crisi a cui sta sospesa la vita del mondo, non è da lì che verrà la catastrofe.

 

[1]            Si veda Aviezer Ravitsky, premio Israele per la ricerca filosofica, La fine svelata e lo Stato degli Ebrei; Gershom Scholem, Concetti fondamentali dell’ebraismo (ambedue Marietti editore).

[2] Jackb Taubes, La teologia politica di san Paolo, Adelphi Edizioni, Milano 1997.

[3] Erich Przywara, L’idea d’Europa, La “crisi” di ogni politica “cristiana”, Il pozzo di Giacobbe, 2013, p. 103.

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  • Maggio 15, 2024at8:24 AM

    Io leggo Raniero La Valle su Rocca. Lì è l’unico ad usare la parola Genocidio, in dissenso dal direttore, da altri collaboratori, dai lettori finora intervenuti. Io ho cercato di spiegare, dal punto di vista di un insegnante che ha anche accompagnato a Auschwitz cento insegnanti trentini, che ritengo il termine improprio dal punto di vista storico, per l’unicità della Shoah. Dal punto di vista politico poi, invece di valorizzare chi dissente dal governo, contribuisce a un serrare le file in Israele, e fra gli ebrei in Italia e nel mondo.

  • Maggio 15, 2024at11:34 AM

    LA RISPOSTA DI FEDE È LA RISPOSTA PER ECCELLENZA PERCHÈ sembra SPIEGARE TUTTO SENZA SPIEGARE NIENTE. PRENDO UNA FRASE LETTERALMENTE A CASO IN CUI COMPAIA LA PAROLA DIO “QUESTO PROCESSO, SE DIO VORRÀ, COMINCERÀ PROPRIO ORA”. MA QUESTA VOLONTÀ superiore CHE POTREBBE VOLERE SE LO VOLESSE DOV’È? Non potremmo forse dire che c’è dio nella volonta’ degli israeliani nel fondare il loro stato ebraico così da definirsi loro stessi il popolo eletto, tanto da essere giustificati a suo tempo nel rompere le braccia ai ragazzini palestinesi armati di fionde e oggi di dar corso a questo abominio? E non potremmo dire lo stesso per tutti i musulmani che nel loro dio trovano la forza di combattere ora un invasore ma ora di compiere delle stragi terroristiche? e noi che ci crediamo i buoni, non abbiamo forse perpetuato uno dei più grandi stermini di massa, ben più ampio e radicale di quello dello shoa, quando in nome dello stesso dio che nell’articolo viene nominato, conquistammo le americhe falciando milioni di uomini donne e bambini? Lo abbiamo rimosso solo perchè noi occidentali, che ci piaccia o no, a poco a poco la religione ha smesso di identificarci. la verità oggi, giusto o sbagliato che sia, la identifichiamo nella tecnica non certo in dio. A MIO PARERE “la morte di dio” VA ACCETTATa e promossa a partire dalle scuole primarie In uno stadio di consapevolezza lucida ed estrema. L’UOMO DEVE ACCETTARE LA PIENA RESPONSABILITÀ DEI SUOI ATTI perché TALI ATTI SONO AGITI IN UNA LANDA ANONIMA E INDIFFERENTE ALLE CONSEGUENZE DELLE SUE AZIONI. LA VITA NON HA PIU’ ALCUN SIGNIFICATO ETERNO, INAMOVIBILE: ESSA È una congiuntura con una parola che L’UOMO DEVE CUSTODIRE SE VUOLE continuare ad abitarla. SEmpre se lo vuole. lo vuole?
    Ho firmato e voterò per la lista pace terra e dignita’.

    grazie.

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