La diga sul Fiume Azzurro

IL NILO È IN PERICOLO POTREBBE NON PIÙ FECONDARE LA TERRA

11 Gennaio 2024 / Editore / Dicono i Fatti / 0 Comment

Tre Paesi in conflitto sulle prospettive e le conseguenze di questa grande opera: il Sudan, l’Egitto e l’Etiopia. La diga sarà alta 125 metri e larga 260

Guadi Calvo

La Grand Egyptian Renaissance Dam (GERD), che è nelle fasi finali di riempimento e messa in servizio delle sue undici turbine che saranno pienamente operative nel 2025, diventerà la più grande diga idroelettrica del continente africano. La sua produzione non fornirà solo elettricità ai 110 milioni di etiopi, ma il suo surplus può essere esportato in Sudan, Kenya e Gibuti

Questa mega-costruzione sul Nilo Azzurro, alta 145 metri e larga 260 metri, nella regione di Benishangul-Gumuz, a circa 30 chilometri dal confine con il Sudan, ha ovviamente fatto scattare l’allarme sia al Cairo che a Khartoum, che hanno ovvie ragioni per ritenere che l’interruzione parziale del flusso del fiume potrebbe incidere direttamente sulle loro economie. Infatti la grande capacità di stoccaggio del bacino potrebbe colpire entrambi i Paesi a valle, il che è molto pericoloso, come  avverte un esperto sudanese che partecipa ai negoziati tra i tre Paesi interessati (Etiopia, Sudan ed Egitto), monitorati dagli Stati Uniti. Il Sudan, dove si incontrano il Nilo Azzurro e il Nilo Bianco, è il più colpito, prima di tutto perché la regolazione del flusso del fiume impedirà le inondazioni stagionali, che sono parte integrante del modello agricolo locale.

Finora tutti i round negoziali che chiedevano all’Etiopia l’impegno ad accettare le condizioni per il riempimento del bacino sono falliti, compreso l’ultimo, motivo per cui continuano ad aumentare le tensioni. E ciò in una regione che assai probabilmente non tollererà ulteriori crisi e dove la possibilità di un conflitto armato non solo nelle tre nazioni coinvolte, ma anche in diverse nazioni vicine, non è una questione remota.

In questo contesto di tensione, è importante sottolineare che i tre Paesi coinvolti, per ragioni diverse, sono sull’orlo del collasso: in Sudan c’è una guerra civile che va avanti da quasi nove mesi tra l’esercito sudanese e le Support Forces Rapido (le sole  che sembrano emergere come il possibile vincitore). Le  FAR, la banda paramilitare comandata da Mohamed “Hemetti” Dagalo, oltre a sconfiggere le Forze Armate Sudanesi (FAS) del generale Abdel Fattah al-Burhan, su alcuni fronti chiave del conflitto, continuano a fomentare il genocidio in Darfur che come sembra, nessuno vuole riconoscere, fermare e nemmeno condannare. Non importa più quale delle due parti vincerà, la verità è che il Paese è già devastato dalla distruzione di infrastrutture, strade, ponti, centrali elettriche e aeroporti, oltre ad altri edifici vitali, ma anche di migliaia di case e centinaia di ospedali e scuole.

L’Egitto, impantanato in una crisi economica monumentale, chiederà al presidente recentemente eletto – per la terza volta consecutiva – Abdel Fattah al-Sisi, di adottare misure estreme per contenere la rivolta sociale e porre fine una volta per tutte alla guerra interna contro il terrorismo fondamentalista nel Sinai, che dura già da cinque anni. Sebbene tutto ciò non sia paragonabile alla grave crisi umanitaria che potrebbe esplodere se gli Stati Uniti non interrompessero la pulizia etnica a Gaza condotta da Israele, che intende costringere gli oltre due milioni di abitanti di Gaza ad abbandonare le loro terre e fuggire attraverso il passo di Rafah verso il nord del Sinai; in tal caso il generale al-Sisi dovrà farsi carico della situazione.

E infine l’Etiopia, che non si è ancora ripresa dalla guerra biennale (2020-2022) contro le forze separatiste dello Stato del Tigray e riesce a malapena a contenere i tentativi secessionisti dello Stato di Amhara, cosa che, se non riuscirà, farà precipitare una serie di guerre regionali che potrebbero finire per far esplodere l’unità nazionale sempre minacciata.

Anche se da quando il bacino della diga ha iniziato a riempirsi nel 2020 né l’Egitto né il Sudan sono stati colpiti, poiché l’acqua si ferma durante la stagione delle piogge, la tensione non è diminuita tra le due nazioni attraverso le quali prosegue il corso dell’Azzurro, che all’altezza di Khartum si unisce al Bianco, per proseguire attraversando l’intero Egitto fino a raggiungere il Mediterraneo.

Inutile ricordare l’importanza fondamentale del Nilo per l’esistenza dell’Egitto fin dall’inizio dei tempi in quanto è la sua unica fonte d’acqua; pertanto la sua diminuzione inciderebbe sull’importante produzione agricola che dipende dalle inondazioni annuali e dal ritiro delle acque. Il fiume serve per fertilizzare le terre, nonché per industrie basilari come quella della produzione di mattoni, attività fiorita da secoli a nord di Khartoum, che a causa della mancanza di materie prime, non raggiunge più nemmeno la metà del milione di unità che si fabbricavano fino a tre anni fa.

Lo stigma coloniale

In un recente comunicato stampa diffuso dal Cairo, in seguito al fallimento dei negoziati, le autorità egiziane hanno indicato che il fallimento ha origine dal “persistente rifiuto dell’Etiopia di accettare qualsiasi soluzione di compromesso tecnico o legale che tuteli gli interessi dei tre Paesi”. Secondo la dichiarazione, l’Egitto ha compiuto sforzi e collaborato attivamente con i due Paesi a valle per risolvere le principali differenze e raggiungere un accordo amichevole. Intanto Addis Abeba continua ad accusare l’Egitto di voler imporre la sua tendenza colonialista inventando ostacoli al mancato raggiungimento di un accordo. Senza essere così duro nelle sue dichiarazioni, data la guerra civile che sta vivendo, il Sudan ha avanzato le stesse obiezioni.

Un’altra delle richieste del Cairo è che l’Etiopia si astenga dal costruire altre dighe sul Nilo Azzurro, una possibilità che, data la mancanza di accordi precedenti, potrebbe facilmente verificarsi, il che darebbe ad Addis-Abeba un importante vantaggio politico e geopolitico nella regione, dove l’energia elettrica scarseggia, per qualsiasi tipo di sviluppo.

L’istinto indipendente dell’Etiopia l’ha portata a diventare l’unico Paese del continente che ha saputo restare fuori dalla fase coloniale, al di là dell’interregno italiano (1936-1941), mentre nel corso della sua storia e praticamente fino ai giorni nostri ha combattuto diverse guerre per mantenere quella condizione, con l’Eritrea tra il 1961-1991 e il 1998-2000.

Arbitrariamente, il Regno Unito, durante l’occupazione dell’Egitto e del Sudan, interessato a diversi progetti idrici, ha praticamente concesso alle sue colonie il controllo dell’intero bacino del Nilo, cosa che non è mai stata accettata dall’Etiopia, poiché da allora la sua posizione è stata che nessuno possa pretendere possesso esclusivo del fiume.

Un altro dei benefici collaterali che il GPRE porta all’Etiopia è che dal lago artificiale si sono formate più di 70 isole che verranno utilizzate a fini turistici, oltre alla creazione, intorno al lago, dell’installazione di stabilimenti legati alla industria della pesca.

Raggiungere un accordo comune tra le tre nazioni potrebbe rivelarsi vantaggioso per tutti, poiché ci sono alcune possibilità che inizino ad arrivare investimenti internazionali per progetti nazionali e internazionali, ma ciò sarebbe improbabile nel contesto di instabilità che sta dominando Paesi devastati da guerre, crisi politiche ed economiche.

Intanto il livello del Nilo continua ad abbassarsi ed è già un dato di fatto che non trasporta più i sedimenti sempre desiderati che ne hanno arricchito le sponde per milioni di anni e ora trascina solo sabbia. La diga, oltre a ridurre la quantità di limo e sostanze nutritive, aumenterà la salinità delle acque del Nilo, riducendo la concentrazione di plancton, distorcendo la temperatura dell’acqua e riducendo il contenuto di ossigeno, il che finirà per influenzare le migrazioni e la riproduzione dei pesci.

Inoltre, il Sudan potrebbe perdere 84.000 ettari di colture mentre la perdita di nutrienti aumenterà la necessità di fertilizzanti, con un impatto non solo sui costi di produzione, ma anche sull’ambiente e sulla salute pubblica.

Il presidente al-Sisi, nel tentativo di ribaltare la posizione del primo ministro etiope Abey Ahmed, chiede da più di tre anni che la questione del bacino venga inserita nell’agenda della Lega Araba e dell’Unione Africana senza riuscirci. Nel luglio 2021 al-Sisi aveva chiesto, senza ancora alcuna reazione, l’intervento del Consiglio di Sicurezza dell’Onu

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