C’era una volta l’art. 11

L’ITALIA PARTECIPA ALLE GUERRE

8 Dicembre 2023 / Editore / Dicono i Fatti / 0 Comment

Con le proprie missioni militari, le proprie armi e le proprie basi in mano alla NATO l’Italia partecipa attivamente sia alla guerra d’Ucraina che al genocidio di Gaza.

Antonio Mazzeo

La fratricida guerra russo-ucraina e le stragi di civili palestinesi a Gaza. Una spirale di morte e distruzione che potrebbe condurre allo scoppio di un conflitto mondiale globale. E nucleare. Una sequela di inauditi crimini contro l’umanità a cui crediamo di assistere come spettatori impotenti ma innocenti. L’Italia, il suo territorio e le forze armate sono però direttamente coinvolti, cobelligeranti, in violazione della Costituzione e senza che il governo avverta il dovere di informare il Parlamento e la popolazione.

Agli italiani è stato detto solo che inviamo armi alle forze armate ucraine per “resistere” all’offensiva dei carri armati del Cremlino. Top secret però la quantità, la tipologia e il loro valore mentre non c’è paese della NATO che non abbia fornito in tempo reale dettagli sui sistemi bellici consegnati alle autorità di Kiev. Eppure alle frontiere con Ucraina e Russia abbiamo schierato un migliaio di militari e centinaia di mezzi pesanti dell’Esercito, navi della Marina e i cacciabombardieri di quarta e quinta generazione dell’Aeronautica. Quattro F-35A Lightning II del 6° Stormo di Ghedi e del 32° di Amendola operano dallo scalo polacco di Malbork, sul Mar Baltico, presidiando lo spazio aereo “caldo” prossimo all’enclave russa di Kaliningrad. In Lituania, nella base di Siauliai, sono rischierati quattro velivoli EF-2000 “Typhoon” degli Stormi 4° (Grosseto), 36° (Gioia del Colle), 37° (Trapani Birgi) e 51° (Istrana) per la “sorveglianza” delle Repubbliche baltiche sotto il comando del Centro per le operazioni aeree della NATO di Uedem (Germania) e la supervisione del Comando alleato di Ramstein.

Contingenti, cannoni, blindati e carri armati italiani sono in forza ai battaglioni di pronto intervento NATO attivati nell’Europa orientale dopo l’invasione russa del 24 febbraio 2022. In Lettonia c’è il Task Group “Baltic” con 250 militari e 139 mezzi terrestri della 132^ Brigata Corazzata “Ariete”; in Ungheria in “attività di vigilanza rafforzata” operano 250 paracadutisti della Brigata “Folgore”; in Bulgaria l’Italia è alla guida del Battle Group NATO con i reparti provenienti da U.S.A., Bulgaria, Albania, Grecia, Montenegro e Macedonia del Nord (attualmente presenti 740 bersaglieri del 6° Reggimento della Brigata “Aosta” di Trapani). In Slovacchia è stata invece trasferita una batteria di missili terra-aria SAMP-T di produzione italo-francese con 150 militari del 17° Reggimento Artiglieria controaerei “Sforzesca” di Sabaudia. In Kosovo siamo presenti da 24 anni con 852 militari, 137 mezzi terrestri e 1 mezzo aereo inquadrati nell’operazione “Joint Enterprise” a guida NATO ma la Difesa ha già fatto sapere che a seguito dell’escalation del conflitto tra la maggioranza di origine albanese e la minoranza serba, il contingente italiano potrebbe crescere di numero a breve.

Dal 26 luglio 2023 la fregata multi-missione “Antonio Marceglia” con un equipaggio di 200 uomini e donne opera nelle acque del Mar Baltico in “attività di sicurezza marittima e difesa aerea” nell’ambito dell’operazione NATO “Brilliant Shield”. “Ad oggi il Marceglia è la seconda nave, dopo il cacciatorpediniere lanciamissili Caio Duilio, ad aver concluso con successo il processo di Readiness Verification della NATO, consentendogli quindi di essere pienamente integrata nel sistema di difesa aerea e missilistica dell’Alleanza”, annota il sito specializzato Ares osservatorio Difesa. “Il rischieramento lungo il fianco Est dell’Alleanza si declina in una presenza e sorveglianza costante al fine di garantire l’integrità delle vie di comunicazione e salvaguardare il territorio e gli interessi della NATO”. Non ultima tra le finalità dell’onerosa missione navale quella di “naval diplomacy” per rafforzare le relazioni con gli Stati del nord Europa e promuovere i prodotti dell’industria bellica nazionale (soste-vetrina sono state effettuate a Gdynia e Świnoujście in Polonia, Malmö in Svezia, Copenaghen in Danimarca, Rostock in Germania, Helsinki in Finlandia e Riga in Lettonia).

Dallo scalo di Costanza, in Romania, decollano e atterrano i sofisticati aerei di intelligence (coprodotti da Stati Uniti e Israele) Gulfstream G550 in dotazione al 14° Stormo dell’Aeronautica di Pratica di Mare. I velivoli effettuano prioritariamente operazioni di sorveglianza del Mar Nero e mappatura della presenza di navi di superficie e sommergibili della Marina della Federazione Russa, in coordinamento con gli aerei con e senza pilota di altre forze armate NATO, primi fra tutti i droni “Global Hawk” di US Air Force e i pattugliatori P-8A “Poseidon” di US Navy assegnati alla grande stazione aeronavale siciliana di Sigonella.

E sono ancora i “Poseidon” di Sigonella ad essere impiegati da Washington a sostegno delle operazioni belliche israeliane contro le milizie di Hamas a Gaza e gli Hezbollah in Libano meridionale. L’ultimo volo del pattugliatore USA è stato tracciato il 6 novembre; nelle settimane precedenti aveva fatto la sua comparsa nel Mediterraneo orientale pure un drone “MQ-Reaper” di US Air Force, anch’esso partito da Sigonella. “A supporto degli sforzi di ricerca degli ostaggi, gli Stati Uniti stanno effettuando voli di aerei senza pilota disarmati (unmanned aerial vehicle) su Gaza, oltre a fornire consulenza e assistenza per sostenere il nostro partner israeliano mentre lavora per il recupero degli ostaggi”, ha dovuto ammettere l’addetto stampa del Pentagono, il generale Pat Ryder dopo le rivelazioni sulle attività di intelligence dei “Reaper” pubblicate dal New York Times. Sempre secondo il generale Ryder i voli dei droni sarebbero iniziati subito dopo l’attacco del 7 ottobre di Hamas contro Israele.

Sempre Sigonella è utilizzata dal 13 ottobre dall’Air Mobility Command (il Comando Mobilità Aerea delle forze armate USA) per un ponte aereo tra lo scalo tedesco di Ramstein e la base aerea di Nevatim (deserto del Negev), quartier generale degli squadroni dell’Aeronautica israeliana equipaggiati con i nuovi cacciabombardieri F-35 a capacità nucleare. Protagonista un grande velivolo C-17A “Globemaster III” di US Air Force (identificato con il codice di volo RCH794) trasferito nel teatro europeo dall’aeroporto di Tucson (Arizona) per concorrere alle consegne ad Israele di sistemi d’arma, equipaggiamenti e mezzi militari. Prodotto dal colosso industriale Boeing, il C-17A “Globemaster III” può imbarcare carichi di 76 tonnellate. Le ripetute soste a Sigonella comprovano che l’Italia ha assunto un ruolo rilevante nelle operazioni di Washington di rifornimento delle unità israeliane impegnate nei bombardamenti contro le milizie e la popolazione di Gaza.

Il governo Meloni-Crosetto ha pure deciso di trasferire nelle acque del Mediterraneo orientale il pattugliatore d’altura “Paolo Thaon di Ravel”, la nave anfibia e da sbarco “San Giorgio” (può trasportare fino a 550 marò del Reggimento “San Marco”), la fregata missilistica “Virginio Fasan” e il sommergibile “Pietro Venuti” (classe U-212). Le unità della Marina Militare affiancano operativamente lo Standing Maritime Group 2 (gruppo di pronto intervento della Nato con otto unità da guerra, tra cui la fregata lanciamissili e antisommergibili italiana “ITS Margottini”) e il gruppo navale USA guidato dalle portaerei a propulsione nucleare “Gerald Ford” con oltre 5.000 marines e un centinaio di caccia ed elicotteri d’attacco. Le unità statunitensi hanno già effettuato alcuni strike in Siria contro presunte milizie filoiraniane e potrebbero essere impiegate per colpire obiettivi “anti-israeliani” in Libano e a Gaza.

Antonio Mazzeo – 11 novembre 2023

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