L’omelia del Patriarca di Gerusalemme

NON C’ERA POSTO PER LORO

Come Giuseppe e Maria a Betlemme così da troppo tempo il popolo palestinese  pur vivendo nella propria terra si sente dire continuamente: “non c’è posto per loro”. Il pensiero per Gaza, per i palestinesi e gli israeliani colpiti dalla guerra

Pubblichiamo l’omelia tenuta dal Patriarca di Gerusalemme, il Cardinale Pierbattista Pizzaballa nella notte di Natale a Betlemme. La città era in lutto: ridotti al minimo addobbi, luci, musiche, con gli scout silenti (e senza cornamuse). In piazza della Mangiatoia era stato allestito un presepe tra macerie e filo spinato. Non c’erano turisti e alla Messa di Mezzanotte era assente anche il presidente palestinese Abu Mazen. La chiesa di Santa Caterina, dove è stato celebrato il rito solenne, era affollata tuttavia di arabi cristiani. Il patriarca, che nel pomeriggio aveva indossato una kefiah palestinese bianca e nera in segno di solidarietà con le sofferenze del popolo palestinese, era accompagnato dal cardinale Konrad Krajewski, l’ “elemosiniere” pontificio, inviato dal Papa

Questo il testo dell’omelia:

Carissimi, il Signore vi dia pace! Vorrei stanotte dare voce a un sentimento profondo che credo proviamo tutti e che trova eco nel Vangelo appena proclamato: “perché non c’era posto per loro” (Lc 2,7). Come per Maria e Giuseppe, anche per noi, oggi qui, sembra che non ci sia posto per il Natale. Siamo tutti presi, da troppi giorni, dalla dolorosa, triste sensazione che non ci sia posto, quest’anno, per quella gioia e quella pace che in questa notte santa, proprio a pochi metri da qui, gli angeli annunciarono ai pastori di Betlemme.

In questo momento non possiamo non pensare a tutti quelli che in questa guerra sono rimasti senza nulla, sfollati, soli, colpiti nei loro affetti più cari, paralizzati dal loro dolore. Il mio pensiero va a tutti, senza distinzione, palestinesi e israeliani, a tutti quelli colpiti da questa guerra, a quanti sono nel lutto e nel pianto e attendono un segno di vicinanza e di calore. Il mio pensiero, in particolare, va a Gaza e ai suoi due milioni di abitanti. Davvero quel “non c’era posto per loro” esprime bene la loro situazione, oggi nota a tutti e la cui sofferenza non cessa di gridare al mondo intero. Nessuno più ha un posto sicuro, una casa, un tetto, privati dei beni essenziali di vita, affamati, e più ancora esposti ad una violenza incomprensibile. Non sembra esserci posto per loro non solo fisicamente, ma nemmeno nella mente di coloro che decidono le sorti dei popoli. È la situazione in cui da troppo tempo vive il popolo palestinese, che pur vivendo nella propria terra, si sente dire continuamente: “non c’è posto per loro”, e attende da decenni che la comunità internazionale trovi soluzioni per porre fine all’occupazione, sotto la quale è costretta a vivere, e alle sue conseguenze. Mi sembra che oggi ciascuno sia chiuso nel suo dolore. Odio, rancore e spirito di vendetta occupano tutto lo spazio del cuore, e non lasciano posto alla presenza dell’altro. Eppure, l’altro ci è necessario. Perché il Natale è proprio questo, è Dio che si fa umanamente presente, e che apre il nostro cuore ad un nuovo modo di guardare il mondo.

Non sarebbe Natale senza i Pastori. Pure il loro vegliare nella notte appartiene al Vangelo. E sono essi i primi a trovare il Bambino. L’evangelista Luca non indugia tanto sulla loro condizione sociale quanto sulla loro interiorità. Erano i pastori, quella notte, gente sveglia, abituati all’essenziale, capaci di azione, disponibili al nuovo, senza troppi calcoli o ragionamenti e perciò pronti al Natale. In un tempo inevitabilmente segnato da rassegnazione, odio, rabbia, depressione, abbiamo bisogno di cristiani così perché ci sia ancora posto per il Natale! A questa mia amata Diocesi, ai suoi presbiteri, ai seminaristi, ai religiosi e alle religiose, ai laici e alle laiche impegnate, a tutte le comunità parrocchiali con i loro gruppi e le loro associazioni, sento di dover ricordare che noi siamo eredi di quei pastori. So bene quanto è difficile restare svegli, disponibili all’accoglienza e al perdono, pronti a ricominciare sempre di nuovo, a rimettersi in cammino anche se è ancora notte. Solo così però noi troveremo il Bambino. Ma solo questa è la testimonianza che assicura al Natale ancora uno spazio in questo tempo e in questa terra, che da qui si irradia nel mondo intero. Noi siamo qui e intendiamo continuare a essere i pastori del Natale. Coloro, cioè, che pur in condizioni povere e fragili, hanno trovato il Bambino, ne hanno sperimentato la grazia e la consolazione, e vogliono annunciare a tutti che il Natale è, oggi come ieri, vero e reale.

Carissimi, ho nel cuore un desiderio che si fa preghiera: Che la nostra volontà di bene, resa concreta dal nostro “sì” responsabile e generoso, dal nostro impegno ad amare e a servire, sia lo spazio nel quale Cristo possa nascere sempre di nuovo!

Lo chiedo per me stesso e per la mia Chiesa di Terra Santa e per ogni Chiesa: che essa sia per tutti casa, spazio di riconciliazione e perdono per quanti cercano gioia e pace! Chiedo a tutte le Chiese nel mondo, che in questo momento guardano a noi non solo per contemplare il mistero di Betlemme, ma anche per sostenerci in questa tragica guerra: fatevi latori presso i vostri popoli e i loro governanti del “si” a Dio, del desiderio di bene per questi nostri popoli, per la cessazione delle ostilità, perché tutti possano ritrovare davvero casa e pace.

Prego che Cristo rinasca nel cuore dei governanti e dei responsabili delle nazioni, e suggerisca loro il Suo stesso “Sì” che Lo ha portato a farsi amico e fratello nostro e di tutti, perché si adoperino sul serio per fermare questa guerra, ma soprattutto perché riprendano le fila di un dialogo che porti finalmente a trovare soluzioni giuste, dignitose e definitive per i nostri popoli. La tragedia di questo momento, infatti, ci dice che non è più tempo per tattiche di corto respiro, di rimandi ad un futuro teorico, ma che è tempo di dire, qui e ora, una parola di verità, chiara, definitiva, che risolva alla radice il conflitto in corso, ne rimuova le cause profonde e apra nuovi orizzonti di serenità e di giustizia per tutti, per la Terra Santa ma anche per tutta la nostra regione, segnata anch’essa da questo conflitto. Le parole come occupazione e sicurezza e le tante altre parole simili che da troppo tempo dominano i nostri rispettivi discorsi, devono essere rafforzate da fiducia e rispetto, perché questo è ciò che vogliamo che sia il futuro per questa terra e solo questo garantirà stabilità e pace vere.

(A questo punto il patriarca ha chiesto la traduzione simultanea in arabo): Possa il Signore rinascere anche nella nostra comunità in Gaza: ero solito venire a trovarvi ogni anno e spendere qualche giorno da voi per le feste di Natale e solo Dio sa quanti tentativi ho fatto per essere lì con voi. Non siete soli e noi non vi abbandoneremo mai. Siate coraggiosi come lo siete state fino ad adesso: ora voi state sperimentando paura, tragedia e morte, ma in questo momento voi siete la nostra luce. Possiate davvero sentire tutto questo calore e questo nostro affetto da Betlemme.

Il Natale è la luce che ci viene incontro, la luce che viene per noi. Uscite da qui con un sorriso e con gli occhi pieni di luce, nonostante tutto, perché oggi Gesù è con noi: questa è la nostra gioia e dobbiamo portare questa gioia dovunque andiamo, perché noi non abbiamo paura. Mai avere paura!

Rinasca infine Cristo nel cuore di tutti, perché per tutti sia ancora Natale! Buon Natale!

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