PERCHÉ TRUMP SI VUOLE PRENDERE PANAMA
Intorno al canale di Panama ci sono molti interessi concreti, ma nemmeno il Canada e la Groenlandia stanno troppo bene
Gianluca Mercuri
Potremmo chiamarlo il Corollario Trump alla Dottrina Monroe. Le minacce del presidente eletto a Panama e Danimarca per il controllo del canale centroamericano e della Groenlandia – è arrivato addirittura a non escludere l’uso della forza – rientrano nella bicentenaria concezione Usa: l’intero continente come cortile di casa. Il primo ad affermarlo, due secoli e due anni fa, fu il quinto presidente degli Stati Uniti. Il messaggio di James Monroe agli Stati dell’Europa post-napoleonica fu chiaro: 1) Non tollereremo più intromissioni di potenze straniere negli affari del continente americano; 2) Questo altolà riguarda anche e soprattutto i processi di indipendenza in corso.
Poi ci fu il Corollario Roosevelt. Fu il 26° presidente, nel dicembre 1904, a dare un’interpretazione attiva-aggressiva della Dottrina Monroe: non solo non tolleriamo ingerenze europee nelle Americhe, ma ci auto-assegniamo il diritto di praticarle noi, le ingerenze nel nostro cortile di casa, ogni volta che ci sarà da difendere o imporre il nostro interesse nazionale.
Il Corollario fu concepito come avvertimento alle potenze europee – Gran Bretagna, Germania e anche Italia – che due anni prima avevano imposto un blocco navale al Venezuela e minacciato un intervento armato diretto, dopo che il presidente Cipriano Castro aveva rifiutato di pagare il debito estero e i danni subiti dai cittadini dei tre Paesi durante la guerra civile venezuelana. Con la postilla di Theodore Roosevelt, insomma, l’America Latina fu definitivamente blindata nella sfera d’influenza americana e nel secondo dopoguerra il Corollario fu applicato sistematicamente, tra interventi e golpe, in funzione anticomunista e antisovietica.
Non è dunque certo un caso che proprio in quell’anno, il 1904, gli Stati Uniti avessero cominciato a costruire il Canale di Panama. Anche lì si trattava di precedere gli europei – ci avevano già provato i francesi – e di assicurare un primario interesse nazionale, rivoluzionando le rotte commerciali con l’istmo che avrebbe unito i due oceani.
Non solo. Con il Canale di Panama, gli Usa fecero nascere Panama stessa. Quel lembo di terra tra Nord e Sud America, infatti, faceva parte della Colombia, che era contraria alla costruzione del canale. Così, i gringos del Nortepromossero una ribellione, aiutando la secessione delle province settentrionali della Colombia, che divennero la Repubblica di Panama. La Marina Usa impedì alle truppe colombiane di soffocare la rivolta. Corollario Roosevelt allo stato puro, applicato prima della sua stessa enunciazione.
La costruzione del Canale durò 10 anni e gli americani lo gestirono per tutto il secolo, non senza difficoltà: il neonato Stato indipendente sviluppò inevitabilmente sentimenti di orgoglio nazionale e la presenza dei potenti (e prepotenti) vicini fu sempre meno gradita. Fino a una nuova rivolta, stavolta anti-Usa, nel 1964.
Fu questo quadro storico a indurre il saggio Jimmy Carter, nel 1977, a un accordo con il leader panamense Omar Efraín Torrijos: controllo congiunto del Canale fino al 1999, poi passaggio definitivo a Panama. Un trattato ratificato a stragrande maggioranza dal Senato Usa. Ma oggi rimesso in discussione da Trump.
Una bravata mai vista? Sì, ma con radici significative: la destra repubblicana non ha mai digerito la rinuncia al Canale. Ronald Reagan in persona criticò la scelta del predecessore, al grido di «l’abbiamo costruito, l’abbiamo comprato, l’abbiamo pagato». Trump si muove in quel solco: incredibilmente, forse perché è appena morto a cent’anni, per Carter ha avuto parole gentili – «una brava persona» – ma sulla rinuncia al Canale è stato più chiaro di Reagan: «Un errore storico, che ci è costato trilioni di dollari».
L’offensiva del presidente eletto è iniziata il mese scorso, quando ha accusato Panama di avere ceduto il Canale al controllo di «soldati cinesi» e di avere imposto alle navi americane tariffe «esorbitanti» per il passaggio. Da qui la pretesa di di riprenderselo «per intero, rapidamente e senza discussioni».
Le frasi di Trump, come sempre, contengono elementi di falsità ma anche qualche verità. Le tariffe, assicurano le autorità panamensi, sono uguali per tutti i Paesi, e differiscono solo in base alle dimensioni delle navi, ai costi di manutenzione e alle condizioni di mercato. È vero però che negli ultimi anni sono aumentate parecchio, per via della siccità causata da El Niño – il fenomeno climatico che riscalda il Pacifico orientale con cadenza quinquennale – e dal cambiamento climatico complessivo. «Con i livelli d’acqua del lago Gatun, la principale riserva idrologica del Canale, ai minimi storici, è stata ridotta la navigazione attraverso il canale per conservare l’acqua dolce del lago», scrive il New York Times. Meno navigazione, uguale tariffe più alte. E il calcolo trumpiano – le nostre navi usano il Canale più di tutti, quindi sono le più colpite – non è matematicamente infondato.
Ma la questione più importante, sul piano geopolitico, è quella cinese. Falsa è l’asserzione di Trump su una presenza militare. Ma è vero che una società di Hong Kong, la CK Hutchison Holdings, gestisce dal 1997 due porti alle entrate del canale, Balboa e Cristobal, con una concessione di 25 anni rinnovata per altri 25 nel 2021.
Questo comporta due problemi: 1) Gli Usa temono che, in caso di guerra a Taiwan, il Canale venga bloccato (tra l’altro, nel 2017 Panama ha rotto i rapporti con l’isola minacciata dalla Cina); 2) La compagnia cinese acquisisce i dati di tutte le naviche passano per il Canale.
Cosa voglia dire, l’ha spiegato un paio d’anni fa un’accurata analisi di Foreign Policy: «Il 90% del commercio mondiale avviene via mare, portando prodotti finiti, componenti e materie prime ai mercati di tutto il mondo. Ma il commercio marittimo non è solo di importanza critica: è anche fragile, facilmente interrotto da pandemie, strozzature portuali o grandi navi che rimangono bloccate nei canali. Mentre gli embarghi marittimi in tempo di guerra sono stati un punto fermo dei conflitti fin dai tempi dell’Armada spagnola, la guerra di oggi non richiede una flottiglia per impedire alle merci essenziali di raggiungere la loro destinazione. Al contrario, gli avversari possono paralizzare il trasporto marittimo utilizzando come arma le informazioni».
Ora, la Cina controlla quasi la metà dei 75 porti container principali del mondo fuori dal suo territorio. La sua presenza in Europa è nota: oltre al Pireo, ha le mani su Amburgo, Anversa, Zeebrugge, Rotterdam, Riga, Marsiglia, Costanza. In Italia, ha il 40% di Vado Ligure e le sue mire su Trieste non sono certo finite con il ritiro dell’Italia dagli accordi sulla «Via della Seta».
Questa rete gigantesca è funzionale alll’economia – nel 2020 il settore marittimo rappresentava il 53% del valore totale del commercio cinese – ma anche allo spionaggio:
«È noto che le attività di spedizione cinesi all’estero fungono da avamposto per la raccolta di dati, intelligence e sorveglianza su vasta scala. Molti porti in tutto il mondo utilizzano il sistema software logistico cinese Logink per tracciare un’ampia gamma di informazioni commerciali, di mercato e marittime, tra cui lo stato delle navi e dei carichi, le informazioni doganali, i dati di fatturazione e di pagamento, i dati di geolocalizzazione, le informazioni sui prezzi, i documenti normativi, i permessi e le licenze, i manifesti dei passeggeri, le informazioni commerciali e i dati di prenotazione».
Insomma, la sortita di Trump va inquadrata nel confronto tra le due superpotenze, e questo le dà in apparenza un minimo di senso. Ma il metodo è importante quanto il contenuto, e in questo caso anche di più. Si può dire, e lo sentiremo ripetere spesso, che si sapeva che il suo secondo mandato sarebbe stato più duro, che la deriva nazionalista era annunciata. Ma la brutalità di questi attacchi è difficilmente catalogabile come prevedibile: Trump sta minacciando gli alleati – Canada e Danimarca sono Paesi fondatori della Nato, Panama è una creatura statunitense – prima e più dei nemici. E usa nei loro confronti gli stessi argomenti che Russia e Cina usano rispetto a Ucraina e Taiwan- è roba nostra, ce le riprenderemo -, il che non farà che incoraggiare la loro protervia. Siamo passati insomma da un mondo in cui l’America non occupava nemmeno il territorio dei nemici sconfitti, e anzi li aiutava a rinascere e li inglobava in un sistema di alleanze che reggeva un ordine planetario, a un mondo G-Zero, come lo chiama Ian Bremmer, in cui «nessuna potenza o gruppo di potenze ha la volontà e la capacità di guidare un’agenda globale e mantenere l’ordine internazionale». Saranno anni complicati.
Gianluca Mercuri – (dal Corriere della Sera)